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Salario minimo, c’è l’ok alla direttiva Ue. Ma in Italia la maggioranza è spaccata

I punti chiave

3′ di lettura

L’Unione europea ha raggiunto un accordo sul salario minimo. Lo ha fatto sapere ufficialmente tramite l’account Twitter della Commissione Affari sociali del Parlamento europeo. La nuova direttiva sul salario minimo europeo attende ora il placet della Plenaria del Parlamento Ue (che però non può più emendare il testo) e la ratifica del Consiglio Ue. Toccherà poi ai Paesi membri recepirla. Secondo le ultime indiscrezioni sull’accordo nella Ue non saranno previsti massimi e minimi salariali. La direttiva punterà invece a istituire un quadro per fissare salari minimi adeguati ed equi. L’Italia è tra i sei Paesi dell’Ue senza una regolamentazione in materia: il tema è al centro di uno scontro politico nella maggioranza e anima il dibattito tra le forze sociali.

Parla di «tappa importante per l’Europa sociale» la presidenza di turno francese dell’Ue. «Nel pieno rispetto delle diversità nazionali – si legge in un tweet – il provvedimento favorirà dei salari minimi adeguati nell’Ue e lo sviluppo della contrattazione collettiva».

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Le divisioni nella maggioranza italiana

La direttiva, proposta dalla Commissione europea nel 2020, punta a istituire un quadro per fissare salari minimi adeguati ed equi rispettando le diverse impostazioni nazionali dei 27 e a rafforzare il ruolo della contrattazione collettiva. Qui da noi, in Italia, il tema divide le forze politiche che sostengono il governo di Mario Draghi. Il Movimento 5 Stelle spinge per l’approvazione in tempi rapidi. «Noi stiamo lavorando a tempo piano in commissione lavoro al Senato, dove questo progetto di legge sta andando avanti e siamo disponibili a lavorare notte e giorno per approvarlo. Dobbiamo farlo subito», ha detto l’ex premier e presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Una riforma sulla quale l’asse con il Pd regge: «Per noi la questione salariale è fondamentale, accanto a questo c’è anche l’impegno ad arrivare al salario minimo come hanno fatto in Germania, in Australia, Paesi simili al nostro che hanno fatto una scelta che anche noi dovremo fare», ha detto il segretario democratico Enrico Letta, in uno dei suoi interventi per la campagna elettorale delle Amministrative del 12 giugno. Posizione su cui è allineato anche il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. E a sinistra della coalizione pure il titolare della Salute Roberto Speranza.

Ma il centrodestra nella maggioranza la pensa diversamente. «Il salario minimo per legge non va bene perché è contro la nostra storia culturale di relazione industriali. Non buttiamo il bambino con l’acqua sporca e valorizziamo le nostre relazioni industriali. Il salario non può essere moderato ma deve corrispondere alla produttività», ha chiarito il ministro per la Pa Renato Brunetta nel suo intervento al Festival dell’Economia di Trento. Meno perentorio è stato Matteo Salvini, leader della Lega, per il quale comunque il salario minimo («C’è il dibattito aperto fra i sindacati e le associazioni») non è una priorità della Lega che punta invece ancora sulla «flat tax al 15% per le imprese perché poi i salari li pagano le imprese, e se pagano uno sproposito di tasse non riescono a pagare lo stipendio a nessuno».

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Si profila perciò un nuovo scontro politico in commissione Lavoro al Senato dove il provvedimento, a prima firma della senatrice del Movimento 5 stelle ed ex ministro, Nunzia Catalfo , proseguiva al rallentatore dal 2018 e si è sbloccato un mese fa. Come per concorrenza e delega fiscale, alla fine potrebbe servire la mediazione del governo per sbloccare il braccio di ferro.