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Mutui, investimenti e Btp: la stretta sui tassi Bce porterà rate e prestiti più cari


Mutuo casa

Il costo del mutuo per comprare la casa sarà più caro, inevitabilmente. Si salvano solo quelli che hanno già contrattato un finanziamento a tasso fisso: per loro, le condizioni strappate al momento della stipula restano sempre uguali. Non più a buon mercato negli ultimi tempi, perché le aspettative di rialzi erano già in parte scontate (ormai è quasi impossibile trovare proposte sotto il 2%) ma comunque determinate per tutto il periodo del contratto. I nuovi mutui a tasso fisso e tutti i contratti a tasso variabile – anche quelli già esistenti – si adegueranno invece al nuovo costo del denaro. Per il variabile il tasso di riferimento è l’Euribor: quello a 3 mesi è intorno a -0,3% ma attenzione, questo parametro, pur essendo un tasso di mercato, è quasi fotocopia del costo ufficiale del denaro indicato da Bce. Quindi nei prossimi mesi è destinato a salire velocemente, molto più del tasso di riferimento dei mutui a tasso fisso. L’Irs, infatti, è davvero un tasso di mercato, fissato dagli operatori tutti i giorni, e ben sensibile quindi alle diffuse aspettative di rialzo dei mesi scorsi. Sulla carta quindi ha già scontato una buona parte di “strette” Bce, e infatti rispetto allo 0,35% dell’Irs a 10 anni di gennaio ora siamo a 2,08%. Non è detto però che abbia finito di correre, anzi è probabile che a ridosso del rialzo uffciale Bce salga ancora. Inoltre, sia per il tasso fisso, sia per il tasso variabile, occorre tener presente che al parametro del tasso va aggiunto lo spread, la maggiorazione che ogni banca applica al cliente, per arrivare a quanto si pagherà con la rata. Spese esclude, come sempre.

Investimenti e titoli di Stato

Le previsioni della Bce – e le parole della presidente Lagarde – hanno fatto deragliare Piazza Affari (purtroppo non isolata in Europa) e i titoli di Stato italiani. I Btp a dieci anni hanno toccato rendimenti del 3,72%, come non accadeva dal 2014, mentre lo spread, il differenziale tra Btp e Bund tedeschi, si è allargato a 228 punti base. Un temporale, si tratta di capire se passeggero. Di certo in questo momento gli investimenti soffrono: il primo rialzo dei tassi sarà di 25 centesimi, il prossimo forse di 50 e non finirà lì. Inoltre, la Bce ha abbassato le stime di crescita dell’area dell’euro, e confermato che l’inflazione resterà una bestia difficile da domare Ora prevede un’inflazione al 6,8% nel 2022, al 3,5% nel 2023 e al 2,1% – dunque ancora lievemente sopra il target della Banca centrale – nel 2024. In questo contesto, i titoli a tasso fisso patiscono, perché per adeguarsi alle aspettative di rialzi dei tassi i prezzi scendono. Per chi ritiene però che i mercati abbiano già anticipato buona parte dei rialzi futuri, i rendimenti attuali sono interessanti. Non privi di rischio, ma interessanti. Con alcuni paletti indispensabili: avere davanti un arco temporale di medio-lungo periodo (per dare il tempo all’inflazione e quindi ai tassi di raffreddarsi) oppure per portare i titoli a scadenza, e avere piena fiducia nell’emittente. Sia esso lo Stato italiano o una società (i bond corporate). In questo momento anche la Borsa è un luogo complicato dove mettere i soldi: giovedì ha perso quasi il 2%, ma da tempo tutti i mercati ballano pericolosamente. Un mondo di forte inflazione, forti rialzi dei tassi come prospettiva ed economia in rallentamento, se non a rischio recessione, necessariamente spaventa le Borse.

Le imprese e gli artigiani

Tutta l’economia reale soffre il rialzo del costo del denaro, perché è costretta a pagare di più per finanziarsi. Le società più indebitate sono quelle più esposte ovviamente, ma per tutti il rialzo dei tassi è una iattura. Secondo l’ultima rilevazione dell’Abi, il tasso medio sul totale dei prestiti in aprile era al 2,16%, è facile immaginare che questo valore crescerà rapidamente. Con conseguenze negative per imprese e artigiani, pressati peraltro nella morsa della stretta monetaria e dell’inflazione al galoppo. Che fa lievitare i costi, in particolare per le importazioni di prodotti legati all’energia, costi che non sempre possono essere scaricati completamente sul cliente finale. Anche per considerazioni di opportunità: alzare troppo i prezzi rischia di gelare ancora di più i consumi. Ma in questo modo i margini di guadagno si restringono, se non peggio. C’è però almeno una categoria di imprese che trarrà beneficio dal rialzo dei tassi: le banche.

Come ha appena ricordato S&P in un’indagine su 85 grandi banche europee, un incremento dei tassi di 200 punti base spingerebbe il margine di interesse in aumento del 18% rispetto al 2021. Gli istituti di credito infatti guadagnano sulla differenza tra tasso cui prestano i soldi e tasso con cui remunerano i risparmiatori che glieli affidano. Questo spread con tassi molto compressi (se non negativi) non dà molti guadagni, mentre con tassi in crescita il margine aumenta. “L’entità di questo impatto varia notevolmente, tuttavia – ricorda la società di rating – le banche britanniche e italiane trarranno il massimo beneficio dall’aumento dei tassi, seguite da quelle spagnole, tedesche, danesi e austriache, mentre le banche francesi e olandesi riportano effetti minori”. Non mancano comunque possibili effetti negativi: un rialzo dei tassi può mettere alle corde le imprese, e far salire insolvenze e ritardi nei pagamenti.

Consumi e famiglie

Anche per le famiglie, come per le imprese, pagare di più il denaro farà male e, ragionevolmente, inciderà sui consumi. Sarà più caro chiedere un prestito personale, rateizzare un acquisto, avere un qualsiasi tipo di affidamento. Il tutto, mentre il proprio reddito viene eroso dall’inflazione, che a parità di denaro consente di acquistare meno merci. La conseguenza, soprattutto per le famiglie meno abbienti, sarà tagliare le spese, a partire da quelle superflue. Già così, rivela l’Istat, la spesa media mensile non ha ancora recuperato i valori pre-pandemici: rispetto al 2019, infatti, la variazione a valori correnti segna un calo del 4,8%. E l’impatto non è uniforme: secondo le rilevazioni dell’Unione consumatori, il record – in negativo – della spesa per famiglie ha colpito le coppie senza figli tra 35 e 64 anni, con un gap di 260 euro al mese, -9,1%, 3118 euro annui rispetto al 2019.