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L’idea di Salvini di strappare a Pontida. Ma i governisti ora vogliono commissariare il leader

ROMA – C’è una data cerchiata in rosso nel calendario della Lega scossa dalla doppia batosta del referendum e delle amministrative. È il 18 settembre, il giorno del ritorno a Pontida. La guarda con tentazione Matteo Salvini, la temono i cosiddetti “governisti”. Perché sul pratone delle invettive di Bossi l’attuale leader potrebbe consumare il passaggio traumatico dello “strappo”: l’addio a Draghi. Attorno a questa suggestione, e sulle macerie della doppia campagna elettorale, si consuma uno scontro mai così duro nel Carroccio. Al di là dei tentativi del leader di ridimensionarlo, il risultato delle Comunali è da brividi: il 6,4 per cento di media nei 26 capoluoghi in cui si è andati alle urne.

Un dato che potrebbe essere inquinato dalla presenza di molte civiche di centrodestra ma che di certo è sempre più lontano dal 34 per cento delle Europee. Anzi, è terribilmente vicino a quello del Carroccio che nel 2014 Salvini ereditò da Roberto Maroni. Soprattutto, a preoccupare i leghisti è l’allineamento verso il basso dei consensi su tutto il territorio, che non sono molti al Sud a fronte di un crollo nelle roccaforti padane. L’esperienza di “Prima l’Italia”, la lista che nel Meridione avrebbe dovuto raccogliere moderati e civiche, per un big come Luca Zaia era un errore che si è tramutato in fallimento. Con un trend sotto il 10 per cento a livello nazionale, le Politiche si preannunciano un bagno di sangue: fra un anno la metà della rappresentanza parlamentare tornerebbe a casa.

Davanti a questo scenario, l’esigenza di una scossa è avvertita da tutti. Il modo con cui generarla divide le due anime del partito. Salvini si va convincendo ogni giorno di più che la permanenza nell’esecutivo sia insostenibile elettoralmente. “Stare al governo con il Pd è impegnativo”, si è limitato a dire ieri il segretario. Che sa bene che uscire adesso significherebbe dare ragione a Giorgia Meloni ma si è pure persuaso che il lavoro di Draghi non riscuota particolare appeal fra gli imprenditori che costituiscono lo zoccolo duro della Lega e del centrodestra. Ecco l’esigenza di chiedere almeno un segnale di discontinuità in economia, a partire da salari e pensioni. Altrimenti, appunto, in autunno il numero uno di via Bellerio potrebbe staccare la spina.

Una mossa che i cosiddetti governisti (Giorgetti, Zaia, Fedriga) pensavano che Salvini avrebbe potuto fare già ieri, nel corso di un consiglio federale convocato d’urgenza. Ma che è rimasta lì, a mezz’aria, come minaccia viaggiante nelle parole del vicesegretario Lorenzo Fontana: “Se per la Lega sarà più difficile stare al governo dopo l’estate? Fosse per me – ha detto Fontana – io sono abbastanza stanco… L’obiettivo di questo governo era tentare che ci fosse il minor numero di problemi economici dopo la pandemia, era giusto provarci e sono convinto che la scelta sia stata giusta. Nel momento in cui però non vedo che i nostri cittadini hanno un riscontro positivo, la Lega risponde all’elettorato, non a qualcun altro, risponde ai cittadini”. Parole pronunciate “a titolo personale” ma da uno degli uomini più vicini a Salvini.

A un leader ormai sotto assedio dentro la Lega, con il fiato sul collo dei “governisti” che invece vogliono evitare proprio la rottura con Draghi. E che ora reclamano con forza una linea univoca e coerente, senza più oscillazioni su temi centrali come la politica sanitaria o quella estera: «Perché inseguire la Meloni fuori dalla maggioranza, quello sì sarebbe un errore», dice un esponente di primo piano dell’ala istituzionale.

Prima delle elezioni, un Giancarlo Giorgetti sempre più stanco, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, avevano chiesto un incontro a Salvini per discutere proprio della rotta da seguire. Attendono ancora una risposta. Si sono risentiti dopo il voto, però. E sul tavolo c’è la proposta pervenuta da un ambasciatore del leader, il capo della segreteria Andrea Paganella, di entrare in un comitato politico ristretto. Un modo con cui allargare la responsabilità delle scelte, secondo Salvini, evitando spaccature fino alle Politiche. Ma una soluzione che Giorgetti, Zaia e Fedriga per primi vedono di buon occhio, per orientare la navigazione di un segretario che considerano ormai allo sbando, fiaccato da iniziative considerate sciagurate, fra cui il mancato viaggio in Russia. Tutto è fermo, in attesa dei ballottaggi. Ma la temperatura, all’ombra del Carroccio, è sempre più elevata.